Il punk e Ms Kalashnikov

Le recenti vicende di Atlantide e la goffaggine delle istituzioni mettono il punk in cronaca cittadina ancora una volta. E ancora una volta su una delle faglie tendenzialmente decisive: la questione di genere, la questione degli stili di vita. Ciclicamente, Bologna vive un'emergenza legata in qualche modo al punk.
L'esordio del punk nella storia della città riguarda la contestazione al concerto dei Clash in Piazza Maggiore, e le vicende che ne seguirono. In quel frangente, una piccola scena di adolescenti reagì e rifiutò con decisione un tentativo di recupero debordiano, o di cura foucaultiana. I filmati dell'epoca, i discorsi dei portavoce, mostrano consapevolezza, coerenza interna, coesione. I punk anarchici e nichilisti di quel tempo non volevano rientrare nel piano, quel Piano Giovani che serviva a ricucire lo strappo del 1977 e a mostrare il volto progressivo del socialismo bolognese. La  retorica punk dichiarava l'esigenza di porsi fuori dal controllo, di sottrarsi allo sguardo dal centro del panopticon, la volontà di continuare a essere materiale difficile da maneggiare.
Il compromesso con il comune e il suo Piano Giovani si era fatto, in realtà. Molte band di area anarchica avevano accettato di provare all'interno delle sale prove del quartiere poste ove ora c'è il  Baraccano, ma avevano rifiutato di suonare dal vivo in un concerto organizzato dalle istituzioni-
Use the enemy: il compromesso che ti avvantaggia è utile, quello che ti spettacolarizza e serve a mettere la medaglietta al governo cittadino, a confermare Bologna come città più libera del mondo viene rifiutato. Il punk cittadino nasce sentendo sulla pelle l'ipocrisia di quella retorica.
Il tentativo di cura, di recupero viene identificato, smontato, giocato contro il potere.
Non si trattava credo di un atteggiamento da duri & puri: era la precisa consapevolezza del luogo e del punto del tempo in cui ci si trovava durante la partita.

bolognapunk001

Tra le parole d'ordine del punk originario c'è n'è una che ha avuto influenza via via crescente sul mio modo di pensare. È uno slogan che punta il dito sul reale dei rapporti sociali che sono rapporti di forza.
Siamo tutti prostitute. Benchè la maglietta del Pop Group con Maggie Tatcher sopra non venisse da un ambito propriamente punk, quella maglietta e lo slogan che riportava divennero una delle cifre di interpretazione del proprio ruolo all'interno di quello schema di cose che prefigura l'oggi.
Il corpo del settantasette, le spillette da balia eccetera è la nuda vita del capitale che è lì per colonizzare definitivamente i corpi, che sta per trasferire "il comando che riproduce il comando" direttamente nei corpi.

Da quel momento, sul versante dell'autorappresentazione come fazione o gruppo umano in lotta,  non è più credibile nessun riferimento alla purezza. È per quello che l'esplosione del punk trascina con sè il rivitalizzarsi, la ricomparsa di opzioni stilistiche apparentemente passate: mod, rockabilly, skinhead, il paesaggio delle subculture cittadine degli anni '80, tutto è in bilico tra realtà, quotidiano e fuga nostalgica, ricerca di un'integrità passata, originaria. La ricostruzione mitica di una possibilità di esistenza intensiva, un sostituto di biografia che si gioca nel presente.
L'autocoscienza della condizione del proprio corpo all'interno del sistema della merce si produce nel teatro urbano delle subculture.
Non sarebbe più uscita di scena.

Il punk è consapevole della violenza che percorre tutti gli snodi delle catene sociali, che innerva ogni gerarchia, e d'altra parte il nodo politico che determina le gerarchie è la produzione della merce. Ai tempi del punk, Bologna 1980, Bologna 2016, essere coscienti di Siamo tutti prostitute significa riconoscere il corpo come campo di battaglia e come colonia, come attore problematico in cui un'autocoscienza si è prodotta.
In questo punto della biopolitica, in quello in cui ci troviamo ora, la fabbrica sei te, sono io. La fabbrica e la polizia, il potenziale sbirro dell'altro. Ciò che il punk paventava si è prodotto, è la realtà del dominio sul pianeta. Biopotere significa adesso diretta introiezione nel corpo, e diretta assuefazione del corpo, alle semantiche che organizzano i dispositivi del dominio planetario. Le catene al collo del punk le abbiamo introiettate, non sono più là "fuori", nella struttura che incatena la società, o meglio la specie umana. Data la pervasività del comando e la frammentazione della resistenza al comando, nessuno può dirsi al di fuori di questa dinamica, in nessun senso.

non_sapete001

Ms Kalashnikov è un libro punk non solo nell'urgenza, nell'intensità, ma anche e soprattutto perchè ha saputo resistere a un tentativo di cura, proprio come i kids bolognesi del 1981, e perchè rifiuta ogni concezione pedagogica della letteratura. È un libro punk perchè Francesca Tosarelli lo ha scritto nella lingua che parla tutti i giorni, nella varietà di registri in cui la vita vera si esprime. Perchè è nato in una palestra popolare, sul livello della strada, perchè parla di empatia possibile, e di smettere di nascondersi. Ed è un libro punk perchè è consapevole della natura di gioco-di-potere che il comando del denaro inscrive potenzialmente in ogni scambio sociale, interpersonale, e non ha eroi, nè eroine, nè storie esemplari, perchè dentro non c'è alcun mito di lotta. Solo le storie e le parole di una lotta concreta, qui e ora.

Leave a Reply
Read more...