Dopo aver lavorato per anni come fotogiornalista indipendente mi sono imbattuta in quello che è il mio principale interesse e ricerca personale: seguire e capire le donne che scelgono di combattere in gruppi ribelli in conflitti contemporanei. Il primo capitolo di questa ricerca è stato affrontato attraverso la fotografia, in Congo, ma alla fine del lavoro mi sono resa conto che per esplorare questa tematica necessitavo altri strumenti, avevo bisogno di ampliare la ricerca dal punto vista antropologico e storico, ma anche capire come proseguirla a livello narrativo.
Nel frattempo crescevano alcune insoddisfazioni sul funzionamento del sistema editoriale nel quale lavoravo. Avevo collaborato con magazine internazionali per anni ma le regole dell’editoria in merito al giornalismo di approfondimento mi convincevano sempre meno: l’agenda politica predilige storie drammatiche, sensazionalistiche, dove spesso le persone appaiono come vittime; le regole editoriali sono rigidamente volte a sottolineare determinati conflitti e stili narrativi anzichè altri.
Le mie domande sull’effettivo funzionamento di questo sistema di informazione, sulla sua efficacia diventavano sempre più urgenti: avevo bisogno di sperimentare, destrutturare, e spogliarmi di un ruolo che stavo acquisendo, in maniera più o meno subita/agita, più o meno consapevole.


Mi sono presa un anno sabbatico nel quale ho sviluppato il progetto sulle donne combattenti attraverso alcuni workshop di sviluppo. E’ un processo - combinazione di differenti discipline e professionalità- nel quale si compie una riflessione approfondita sulla storia, sul perchè deve essere narrata, su quale sarà il pubblico che leggerà/vedrà/vivrà questa storia, cosa si desidera che accada durante il processo esperienziale/conoscitivo/cognitivo/emozionale della narrazione. La decisione della piattaforma, cioè che esperienza si vuole creare per il pubblico, è un passaggio conseguente a una riflessione. Quindi è una destrutturazione importante per (parte) dell’ego: non è più molto importante cosa sei e con cosa agisci, ma come funzionerà meglio quella storia in merito all’obiettivo finale, cioè l’impatto sociale, il dibattito culturale e politico. E’ un processo che rimette al centro le motivazioni, i perchè facciamo narrazione, ricorda le responsabilità di chi narra e fa giornalismo, obbliga ad avere sempre chiara la domanda dell’efficacia, e per chi si sta facendo cosa. Rivoluziona il processo creativo, condividendolo sin dall’inizio con altre professionalità. E’ stata per me un’esplosione di possibilità creative/narrative/esperienziali che mi ha spinta ad esplorare le differenti componenti delle mie motivazioni e dei miei desideri come storyteller.

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